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O-DIO

Performance

  • YEAR:

    2010

  • CURATED BY:

    Galeria Miejska

  • CONCEPT:

    N. Macolino, A. De Gregorio

 

Produzione/Production: Galeria Miejska bwa Bydgoszcz, Poland

Main Event: Noc z Performance, The night of performance

Odiare è facile. Nella parte più nascosta del nostro inconscio questo sentimento vive e, come un batterio indisturbato, si nutre di silenzio e oscurità.

Per questa ragione,  se odiare è facile, è invece difficile comprendere cosa realmente si odia. Odiamo una persona o il senso d’inadeguatezza che proviamo quando siamo vicini ad essa? Odiamo un sentimento specifico o la nostra paura di viverlo?

Il progetto/performance ha preso forma attraverso una ricerca che gli artisti hanno condotto intorno a ciò che la parola “odio” evoca in un individuo. Persone differenti, un numero indefinito di persone, sono state interrogate attraverso media differenti: social network, e-mail, interviste, fogli di carta. A ognuno è stata posta la seguente domanda: “Cosa odi?”.

La stessa investigazione è continuata in Polonia fino alla fase finale del progetto all’interno della galleria. Qui, tutto il materiale raccolto ha vissuto una seconda vita (attraverso l’impiego di luci e proiezioni) e, in una seconda fase, il performer lo ha lanciato in alto e, come uno sciamano, si è fatto carico del messaggio in esso contenuto.  Così, tutto il materiale raccolto è volato in cielo con un enorme pallone.

Come disse Karl Krauss: L’odio deve renderci produttivi. Altrimenti è più intelligente amare.

Il tutto, con la consapevolezza dell’esistenza di due principi che non possono mai essere considerati definitivi, poiché sempre in continua trasformazione.

Il progetto ha trovato la sua forza nella relazione diretta ed immediata con il pubblico che ha preso parte all’evento; si è trattato di un atto performativo creato grazie all’energia del pubblico e degli artisti.

To hate is easy. In the hidden of our unconscious this feeling lives and, like an undisturbed bacterium, it feeds if-self with silence and darkness.
 For this reason, if to hate is easy, it is very difficult to understand what we really hate. Do we hate a person or the sense of inadequacy that we feel when we are close to this person? Do we hate a specific feeling or our fear to live it?

The project/performance took s its shape through an investigation that the artists started around what the word “hate” evokes in a person. Different people, an undefined number of people, were questioned through different medias: social networks, e-mails, interviews, sheets of paper.
To everyone was asked a simple and direct question: “What do you hate?”.

The same investigation continued in Poland until the final phase of the project in the art gallery.
 Here, all the collected material lived a second life (through the use of lights and projections) and, in a second phase, the performer gathered it up and, as a shaman, took charge of the message contained in it. So, all the material collected flied away with an enormous balloon in the sky.

As Karl Krauss said: Hate has to make us productive. Otherwise is more intelligent to love. Everything with the awareness of the existence of two principles that can’t ever be considered definitive because are always in a continuous transformation.

The project got its strength by the direct and immediate relation with the audience who took take part in the event; it was an act created thanks to the artists’ and the audience’s energy.

 

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